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L’arte negli anni Settanta: varie forme di citazionismo per un’arte “della memoria”

Con l’avvento, negli anni Settanta, dei una serie di correnti artistiche di impronta concettuale, il mercato dell’arte si era indebolito; sembrava quasi, infatti, che le opere di tipo concettuale fossero difficili da “incasellare”, da proporre ai collezionisti ed ai critici e pertanto fossero difficilmente collocabili sul mercato.

Cioè, negli anni Settanta i quadri d’arte contemporanea sembravano avere un valore limitato: sembrava improbabile esporle nei musei o proporle ai collezionisti, anche perché venivano “confezionate” con tecniche innovative, che chiamavano in causa l’uso di mezzi originali e controcorrente, che andavano a mettere in discussione il tradizionale concetto di quadro o di scultura.

Alla fine degli anni Settanta ritorna la necessità di dipingere in modo più tradizionale, non solo per investire su se stessi ma anche per arricchire l’universo culturale. Negli anni Ottanta ormai l’arte Concettuale è al tramonto ma ha lasciato sicuramente le sue tracce nel modo di pensare e di interpretare l’arte: prende avvio così il post-moderno, un filone artistico che darà origine ad una serie di quadri ad orientamento contemporaneo e tradizionalista, il cui obiettivo non è comunicare un senso di rottura o di disagio come accadeva con l’arte Concettuale, ma veicolare un messaggio di tipo estetico.

Dagli anni Ottanta fino alla fine del secolo, quindi, l’arte contemporanea assume forme e volti nuovi ma non eccessivi: la modernità eccessiva è quindi finita, ed è proprio questo il significato della dizione “post-moderno”.

Questo ritorno ad un’arte che potremmo definire del passato implica anche un esame di coscienza, da parte degli artisti, ed una riflessone circa i nuovi contenuti da esprimere. Il risultato è a volte deludente, perché dopo l’esplosione e la tensione dell’arte Concettuale ora sembra improvvisamente che non ci sia più nulla da dire, tutto sembra già detto, già visto, già vissuto. Ecco perché molti quadri d’arte contemporanea “citano” il già detto ed il già visto sia per quanto riguarda le tecniche che per quanto riguarda i contenuti.

La “citazione” diventa strumento di espressione per eccellenza di questo nuovo tipo di arte fatto proprio di un desiderio di ritorno al passato e di un contenuto sempre più scevro di significati rilevanti.

Oltre al concetto di citazione, entra in gioco anche quello di memoria, poiché la storia che si va a citare è anche depositaria di una memoria non indifferente: la citazione non è infatti casuale ma bensì oculata, volta a sottolineare gli aspetti più salienti della storia passata. In questo modo l’arte si trasforma in una composizione di citazioni colte e filtrate dalla memoria: nasce così il vero e proprio “Citazionismo”, ma anche i “Nuovi Nuovi”, la “Transavanguardia” e la cosiddetta “Pittura Colta”, curiosamente uscite alla ribalta tutte assieme nel 1980.

La Biennale di Venezia del 1980 fu pertanto un evento molto interessante e sicuramente segnava una svolta nel panorama artistico internazionale: in quell’anno alla Corderia dell’Arsenale fu allestita la «Via Novissima», mentre ai Magazzini alle Zattere, nell’ambito di Aperto ’80, si tenne la prima mostra della «Transavanguardia», curata da Achille Bonito Oliva. Nello stesso anno a Roma Maurizio Calvesi presentava la «Pittura Colta», detta anche «Anacronismo» o anche «Nuova Maniera», mentre il critico Renato Barilli raggruppava una serie di artisti sotto la comune denominazione di «Nuovi nuovi».

Si tenga presente, infine, che nonostante i nuovi canoni artistici si riferissero ad un ritorno al passato, ad uno sguardo verso la memoria e ad il piacere di “citare” il già visto, ognuna di queste correnti faceva ricorso a questi strumenti interpretativi del fare artistico a suo modo, offrendo risultati del tutto disparati e sicuramente degni d’interesse.


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